Alla Ricerca del Segno Perduto

Mostra personale di Mircea Titus Romanescu

Mostra curata da Mariana Paparà e Marilina Di Cataldo

 

Bisogna studiare a lungo le composizioni pittoriche di Titus Mircea Romanescu per comprendere quali strade, quali percorsi, quali scelte intellettuali e spirituali lo abbiano portato ad interpretare proprio in quella maniera ciò che lo circonda e lo suggestiona. Forse bisogna scavare nella sua vita, nel suo passato, o forse negli studi che ha portato avanti, quando i grandi maestri dell’arte che ha via via conosciuto gli sono entrati nell’anima e nel pennello.

O forse bisogna solo dare respiro alle immagini che produce, a quei colori e a quei toni che rigurgitano passione e sentimento. Romanescu pone infatti lo spettatore di fronte ad una pittura che non “rappresenta”, ma esprime. Una pittura pulsante che porta ad immedesimarsi nelle linee e nei colori, sintesi visive che elevano e disfano un paesaggio, delle forme, un’idea, in una serie di possibili paesaggi, forme e idee sotto i nostri occhi. Ad un primo sguardo, infatti, il lavoro di Romanescu sembra appartenere a quella lunga progenie di concettuali che affondano la loro poetica nel minimalismo e nel rigore. E invece le opere di questo artista vibrano di emotività pittorica e di un calore che non si ritrovano in altre esperienze seppure simili. La semplicità della struttura astratta non riesce, infatti, a celare del tutto il trasporto emotivo e l’evocazione fantastica.

E’ per questo che anche l’accostamento cromatico sfugge a regole troppo precise, o per similitudine o per accesi contrasti, mentre l’equilibrio compositivo mantiene sempre la propria correttezza. A volte sembra di osservare non quadri, ma vetri cattedrali, da cui si sprigiona una luce intrinseca, dovuta alla felice commistione di linee e colori.

Altre volte la scomposizione della forma, di evidente impianto cubista, dà qualche indicazione sul suo mondo.

 

Il più delle volte, però, la lettura dell’opera di Romanescu sembra facile. Ma lo è veramente? Con questo non si vuol dire che il rapporto dell’uomo e del pittore con se stesso e con il mondo debba essere per forza complicato o oscuro. Si vuole solo dire che dietro a quell’immagine “facile” e piacevole da guardare, a quell’amore e a quel compiacimento per la rappresentazione non c’è casualità, ma precise scelte di giudizio critico e di costruzione della forma e del linguaggio.

Forse, però, il segreto più bello di questo pittore sta semplicemente nella suggestione che danno i volumi e i suoi netti colori, che sembrano volersi diffondere con una specie di gioco di alta composizione e geometria, e nella volontà di vincere la latente emozione, risolvendola in un ordine e in un rigore esemplari.

 

Marilina Di Cataldo