Granelli di Sabbia

Mostra bipersonale a cura di Barbara Rotta

Lo chiamano granello di sabbia ma lui

non chiama se stesso nè granello nè sabbia

fa a meno di un nome generale o individuale

permanente effimero scorretto o appropriato

del nostro sguardo o tocco non gli importa

non si sente guardato o toccato e che sia

caduto sul davanzale è solo un’avventura

nostra non sua per lui è come cadere su

una cosa qualunque senza la certezza di essere

già caduto o di cadere ancora.

Wyslawa Szymborska

Patrizio Rubcich

Sergio Bertoli


Critica

La mostra di fotografia presso la Galleria d’Arte Aripà di Torino presenta le opere di Patrizio Rubcich e Sergio Bertoli scandite dalla poesia di Wyslawa Szymborska: dove ogni elemento può apparire senz’anima, senza identità, senza significato preciso, in realtà grazie al gesto dell’artista l’universo si frantuma in quei “Granelli di sabbia”, frutto dell’avventura vissuta e rubata nello spazio e nel tempo.

Se Szymborska vede un mondo diviso tra oggetti come appunto granelli di sabbia, che vivono senza sapere il proprio nome o scopo della propria sopravvivenza, dall’altra parte esiste l’affermazione dei soggetti, che, in un’assoluta diversità, donano un significato alla realtà. Le fotografie dei nostri artisti sono quei semi, che accompagnano la memoria, il passato, il presente, il sogno, a compiersi nel gusto di chi guarda e interpreta le immagini e, alla fine riflette o si lascia scivolare nella bellezza dell’arte. Il dualismo della scrittrice si rispecchia nelle immagini contenenti anch’esse molteplici significati, a partire dall’incipit della mostra, che presenta due culture contrapposte.

 

L’uomo d’Occidente, che fruendo di una perfezione fissata nelle statue di marmo e bronzo di un museo, può fermarsi davanti al passato e, nei canoni classici, ritrovare quelle movenze e sentimenti, che fanno parte della propria vita: l’adesso.

 

L’uomo d’Oriente sa di quel presente, è l’individuo che nei suoi granelli di tavolini e pale d’aria, si ferma, solo o in compagnia, e seduto in mezzo ai suoi simili, vive e ne condivide il tempo e lo spazio, mentre noi che rimaniamo a guardare, attraverso le fotografie, ne percepiamo i modi e le differenze. Rubcich e Bertoli catturano le gioie inconsapevoli di creature nella povertà, le solitudini e le presenze di figure in mezzo a nebbie soffuse e in controluce di paesaggi Asiatici, o di luoghi comuni di popolazioni lontane da noi, percependone l’unicità degli attimi, tra sfocature e movimento.

 

I percorsi dell’Oriente portano a concetti profondi, dove la forza dell’uomo anche solo nell’indicare un oggetto o nel portarlo, alla fine è il simbolo di un proprio desiderio, di una riflessione.

Bertoli è il poeta contemporaneo dell’immagine, è il fotoreporter dell’alienazione, dell’indifferenza dell’individuo, come della sua felicità percepibile nel gioco di bambini con gli schizzi e la schiuma dell’acqua. Il suo è un viaggio tra i volti di un Oriente, che vive il proprio mondo nella totale accettazione del proprio ambiente.

Dall’altra parte gli individui Occidentali di Rubcich, fotografo dell’anima, fanno parte di mondi architettonici di passaggio, di strutture, che come “l’ingranaggio” fanno procedere e fluire gli uomini lungo il proprio cammino quotidiano, costruzioni che osservano o che sono illusorie nell’immagine stessa per porre barriere o trappole, a volte riflesse su grandi finestre, da sfondo per donne famose e di delicata bellezza, a volte sono alti muri che si ergono su un tappeto di volti metallici, a elaborazioni tra la luce che plasma parti dell’individuo e la trasparenza degli oggetti, come in “io e te”.

 

Se il mondo è fatto per essere attraversato, calpestato, visitato, funziona un po’ come una clessidra dove i due artisti girano questo antico orologio filtrandone i suoi granelli nel respiro urbano, sulla barca dell’universo, come riflessione di solidarietà e fratellanza, nel mare dei propri pensieri, nella ricerca di semplicità e quotidianità tra Oriente e Occidente.

 

Barbara Rotta